PANDEMIA E GEOGRAFIA … PASSANDO PER I DATI

L’esperienza della pandemia che stiamo ancora vivendo ci sta dando delle indicazioni importanti sulle difficoltà ad emergere che ha ancora oggi quella che potremmo definire la “cultura del dato e dell’informazione”.
Credo infatti sia ormai piuttosto chiaro come i DATI siano molto importanti per orientare le azioni per il bene della collettività e la relativa comunicazione e come, di conseguenza, occorra saperli raccogliere, ordinare, studiare, approfondire, leggere e confrontare, condividendoli con la comunità e mettendoli a disposizione dei cittadini e degli amministratori anche attraverso strumenti e indicatori adeguati.
Il dato non può essere visto e usato come strumento strettamente “politico”, perché così facendo lo si snatura, visto il suo ruolo naturale di strumento oggettivo su cui, certamente e successivamente, occorrerà poi basare scelte “politiche”.

Per fronteggiare la pandemia è anche emerso in modo lampante come, oltre al dato in sé, occorra anche realizzare una continuità nel recupero del dato, cioè un monitoraggio e un AGGIORNAMENTO continuo del dato stesso, fondamento basilare per una corretta pianificazione.

Disponiamo ogni giorno, non solo nel settore sanitario ma anche nelle nostre aziende, di dati (e a volte anche di tanti dati) troppo spesso slegati tra di loro, raccolti senza una logica che garantisca dei confronti omogenei nel tempo, attraverso cioè anche contestualizzazioni in momenti e periodi diversi. E’ auspicabile che quando si tratterà il tema importantissimo dell’investimento nella “digitalizzazione”, termine di per sé troppo vago, si intenda anche investire in un sistema di raccolta e INTEGRAZIONE DEI DATI, all’interno di un disegno complessivo coerente e continuo, a supporto di pianificazioni e relative decisioni.

In questa ottica di sviluppo della “digitalizzazione” un posto importante devono averlo, a mio parere, anche i TERRITORI, cioè quegli spazi dove fenomeni omogenei o fenomeni critici possono e devono essere intercettati e analizzati. Slegare i dati dai territori di riferimento significa togliere ai dati stessi tutta quella grande potenzialità di supporto alla pianificazione che essi contengono.

E allora perché non soffermarci, infine, sulla carenza nel nostro Paese in “cultura del territorio”, che è implicitamente “cultura della GEOGRAFIA” ?

Alcuni propongono, tra le altre cose, di cancellare la geografia del percorso educativo scolastico, perché ritenuta inutile: la pandemia insegna proprio il contrario !

Pensiamo ad esempio a come sia stata dimenticata la “granularità territoriale” rappresentata dalle province, aree non troppo piccole come i comuni e non troppo grandi come le regioni. Nella cultura del nostro Paese la lettura della “provincia” è esclusivamente politica e amministrativa, scordandoci completamente che la provincia rappresenta anche una porzione di norma piuttosto omogenea del territorio. Questo è ovviamente solo un esempio che però rappresenta bene la grande carenza di “cultura del territorio e della geografia” che il nostro Paese deve assolutamente colmare e la necessità di strumenti di rappresentazione geografica e territoriale del dati, che di loro natura supportano al meglio una più facile lettura dei molti dati a nostra disposizione.

Parole chiave: DATI – AGGIORNAMENTO E INTEGRAZIONE – TERRITORI – GEOGRAFIA

                          Antonio Zambelli – esperto in gestione geografica e territoriale

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